Il colonialismo
1. Definizioni e origini – 2.
Colonialismo e capitalismo – 3. La schiavitù – 4. Il razzismo – 5. Tipi di
colonie.
1. Con Colonialismo (dal fr. del
secolo XVI ‘coltivatore’ o ‘abitare’) si intende la politica e la pratica di
conquistare, sottomettere, sfruttare economicamente e opprimere politicamente
un paese, una nazione o un popolo, o un gruppo di paesi, di nazioni o di popoli
ad opera di uno Stato o un gruppo di Stati stranieri, a prescindere
dall’eventuale insediamento di coloni provenienti da questi ultimi o dalla
formale sottomissione diretta ad un impero. Il neocolonialismo è una forma
specifica di Colonialismo in cui “un potere esterno esercita, soprattutto
tramite il dominio dell’economia, il controllo politico su un paese in linea
teorica sovrano e indipendente” (Collins English Dictionary), paese che può
essere denominato semicolonia secondo la definizione dell’ormai classica opera
di Lenin L’imperialismo fase suprema del capitalismo del 1916.
Sebbene il termine moderno abbia
un’origine europea capitalistica, che può essere fatta risalire alla conquista
delle isole Canarie da parte del commerciante-conquistatore normanno Jean de
Béthencourt già nel 1402, il termine fu utilizzato anche per indicare
l’espansione in Persia, Egitto e India degli Stati greci schiavisti e
l’espansione di Roma contro i Galli, i Celti, i Franchi, le popolazioni balcaniche,
i Cartaginesi, i Libici, gli Egiziani e le popolazioni e gli Stati mediterranei
sia in epoca pagana sia all’inizio dell’era cristiana. Allo stesso modo il
Colonialismo può essere impiegato per definire le numerose spedizioni
coloniali, comprese quelle dei Crociati e quelle delle città marinare di
Genova, Pisa e soprattutto Venezia, protrattesi per tutto il millennio feudale,
dal secolo V al XV, dalla conquista alla perdita di Costantinopoli. Il termine,
tuttavia, non è normalmente utilizzato per indicare le espansioni massicce e
violente in quella che poi fu conosciuta con il nome di Europa da parte di
Stati non-europei a formazione sociale di comunismo dispotico, come ad esempio
la Mongolia di Gengis Khan o gli Arabi, che nel secolo VIII conquistarono la
Sicilia, la Francia, la Spagna e il Portogallo o i Turchi, che nella metà del
secolo XV occuparono la Bosnia e i Balcani. Il motivo di tale esclusione è
imputabile al fatto che queste espansioni, sebbene di lunga durata nel caso
degli Arabi e dei Turchi, non richiedendo o implicando significativi
trasferimenti di ricchezza materiale dalle “periferie” ai “centri” quali, ad
esempio, Pechino, Istanbul e Bagdad, non presentavano quel carattere di
sfruttamento economico essenziale per il Colonialismo vero e proprio.
2. Nel Contributo dei popoli
non-europei alla civilizzazione del mondo, del 1953, lo studioso-liberatore
sudafricano B.M. Kies ha definito le Crociate dei secoli XI-XIII come le “prime
spedizioni di saccheggio del capitalismo”. Nel capitolo sulla “Accumulazione
originaria” del primo volume del Capitale, Marx ha datato la nascita del
capitalismo dall’espulsione degli Arabi dalla Spagna e dal primo viaggio di
Cristoforo Colombo del 1492. Fin dalla sua nascita il sistema capitalistico fu
colonialista. Di fatto il capitalismo divenne un sistema proprio come risultato
del colonialismo. I finanzieri, i commercianti e i produttori divennero una
classe sufficientemente forte da rovesciare il feudalesimo nei propri paesi
grazie alla forza economica che proveniva loro dal Colonialismo. Il Portogallo,
la Spagna, la Francia e persino l’Inghilterra e l’Olanda divennero potenze
coloniali molto tempo prima delle “rivoluzioni borghesi” dei secoli XVII e
XVIII.
C’erano capitalisti in Africa,
Asia e America, ma solo in Europa divennero realmente una classe dirigente. Fu
il Colonialismo a garantire loro questo trionfo. Arricchiti e incoraggiati dal
patrimonio coloniale accumulato a partire dall’incoronazione a Gerusalemme nel
1099 del crociato Goffredo di Buglione, e accresciutosi prima con il saccheggio
veneziano dell’Egitto e delle città dell’Adriatico, poi con le prime conquiste
in Africa dal 1415 al 1460 del portoghese Enrico il Navigatore, i capitalisti
in Europa, e non solo in Europa, diedero il via a un processo mondiale di
accumulazione originaria. Con le conquiste e la pratica dello schiavismo
cominciate da Colombo, Hernán Cortes, Francisco Pizzarro e Pedro Alvares Cabral
tra il 1492 e il 1520 in America e da Bartolomeo Diaz, da Vasco da Gama e
Ferdinando Magellano tra il 1487 e il 1520 in Africa e in India, il processo di
accumulazione originaria delle terre feudali e straniere e la separazione della
manodopera dalla proprietà dei mezzi di produzione nella madrepatria e nelle
colonie raggiunsero una dimensione tale da consentire ai capitalisti di
diventare una classe dominante nazionale e mondiale. Nella gran parte dei casi,
prima di diventare una potenza nazionale, essi divennero una potenza mondiale
su terra e su mare.
Tre sono i motivi per cui solo i
capitalisti europei divennero colonialisti. In primo luogo, perché solo
nell’area che divenne in seguito l’Europa i modi di produzione seguirono la
sequenza post-tribale/comunista fondata sulla proprietà privata di terra e
forza lavoro, e precisamente la sequenza: schiavitù-feudalesimo-capitalismo.
Nelle Americhe, in Africa, in Asia e nelle isole oceaniche, la proprietà
privata di terre e uomini rappresentava un’eccezione. In quei continenti, come
pure nell’Europa settentrionale e in gran parte dell’Europa orientale, la
proprietà dei mezzi di produzione umani e geo-economici era normalmente comunitaria,
tanto nel caso di formazioni sociali caratterizzate dal “comunismo primitivo”,
quanto in quelle tribali, o a comunismo dispotico. Tuttavia le condizioni
geo-economiche dell’Europa mediterranea favorirono la proprietà privata di
terre e di uomini. Il capitalismo, in quanto conditio sine qua non della
proprietà privata, non avrebbe potuto diventare un modo di produzione o una
formazione sociale nell’Asia, nell’America o nell’Africa “comunitarie”. La
culla e la terra di coltura del capitalismo, cioè la proprietà privata,
esistevano solo nell’Europa meridionale. E fu proprio lì che il capitalismo
attecchì e divenne un modo di produzione possibile.
Tuttavia, già dalle sue origini e
dal suo primo sviluppo, il capitalismo ha necessariamente dovuto confrontarsi
con l’antitesi della proprietà privata sino a dare origine a un antagonismo
inconciliabile. Tale antitesi esisteva nelle formazioni sociali dell’America,
dell’Africa, dell’Asia e nei modi di produzione non privati e comunitari. Il
capitalismo conterrebbe quindi un intrinseco antagonismo dialettico tra i modi
di produzione privati e quelli comunitari, un antagonismo il cui polo attivo
sarebbe costituito dall’”Europa” e il cui polo passivo sarebbe il mondo
non-europeo. Questa dialettica implicherebbe quindi che la vera natura del
capitalismo sia colonialista, ma che tale Colonialismo sarebbe stato destinato
ad assumere la forma di una divisione razziale del mondo e dell’umanità.
La seconda ragione dell’equazione
capitalismo = colonialismo è rinvenibile nel paradosso per cui l’Europa, che in
seguito sarebbe diventata la regione socio-economica più ricca del mondo, era
per sua natura il subcontinente più povero. L’Europa possedeva il carbone e il
ferro per le costruzioni di armi e macchinari, ma era povera di spezie,
coloranti e di materie prime di base, quali il cotone, da utilizzare
industrialmente da tali macchinari.
I conquistatori, i mercanti di
schiavi, i soldati, i missionari, i commercianti diedero ai capitalisti europei
la terra, le materie prime, i metalli preziosi e la manodopera a basso costo di
cui avevano bisogno per l’accumulazione originaria e in seguito per quella
regolare. In Europa non era disponibile nessuna di queste risorse a così basso
costo e su così vasta scala. Il Colonialismo offrì al capitale gli altri
continenti al prezzo di una proprietà feudale nella madrepatria europea. In
particolare, il Colonialismo fornì al capitale gran parte delle proprietà
fondiarie e della forza lavoro. Il prezzo di tutto questo fu, a partire dal
secolo XVI, il genocidio perpetrato nelle colonie che, con la guerra o il
denaro, sterminò ogni secolo un numero di uomini pari a quello della
popolazione media europea di quello stesso secolo. Il Colonialismo distrusse
inoltre un numero maggiore di città, di edifici, di lavori di irrigazione, di
opere d’arte, d’artigianato e di cultura di quanto non furono distrutti in
precedenza da tutti gli imperi pre-capitalistici.
In terzo luogo, l’esteso processo
dissolutivo, che ha elevato l’Europa e depresso il resto del mondo, ha
ritardato la crescita dei capitalisti indipendenti non-europei, con la sola e
tardiva eccezione del Giappone (metà del secolo XIX). Per questo, il
Colonialismo diede all’Europa il monopolio del capitalismo. Gli Stati
capitalistici divennero o paesi ospitanti o parassiti. I paesi capitalistici
non avrebbero potuto assumere nessuna altra forma se non quella di potenze
coloniali, grandi o piccole, o di colonie extra-europee, o infine di
insediamenti di coloni europei come nel caso dell’Australia, della Nuova
Zelanda, del Sud Africa “bianco”, del Canada e degli Stati Uniti.
Il mancato sviluppo industriale
rappresenta il lato più deteriore del Colonialismo. Alla metà del secolo XIX,
alla vigilia cioè della fase imperialista del Colonialismo, una città europea
di medie dimensioni possedeva più impianti industriali di tutta l’Africa, o
l’Asia o i Centro/Sud America. Nelle colonie la repressione razzista si
espresse sia nella politica sia nell’istruzione e inibì ulteriormente qualsiasi
crescita indipendente di una borghesia nazionale indigena, che fu invece
utilizzata dalle potenze coloniali al pari dei capi, dei capitribù, dei re, dei
maraja, dei sultani, degli emiri e degli sceicchi, per un’ulteriore
sottomissione attraverso dittature brutali. La democrazia divenne prerogativa
esclusiva della “madrepatria”. Dopo il 1848, quanto più tutte le classi
europee, sia in patria sia nelle colonie, abbracciavano e godevano di questa
democrazia, tanto più questa stessa democrazia attingeva al sostegno
ideologico, materiale e finanziario delle dittature del Colonialismo.
3. La prima e principale forma di
manodopera coloniale-capitalistica fu la schiavitù. Come ha indicato Cairnes
nel suo studio del 1862, The Slave Power, la schiavitù capitalistica associava
agli elementi della schiavitù della Grecia e della Roma classica (le case per
gli schiavi, il mercato degli schiavi, le prigioni per gli schiavi e la
disciplina) fondata sul lusso della campagna e sui piaceri della città, il
motivo capitalistico del profitto. Il Colonialismo capitalista si è fondato
sulla schiavitù per quasi cinquecento anni: dal 1402, quando Jean de
Béthencourt creò le piantagioni nelle Canarie, fino alla abolizione della
schiavitù che avvenne nell’Impero Britannico nel 1834, negli Stati Uniti il 1º gennaio
1863 e venticinque anni più tardi in Brasile. Già a partire dal 1364 i mercanti
di Dieppe e Rouen catturavano schiavi sulla costa occidentale africana, seguiti
nel 1400 dalle corporazioni di Tolosa e dalle Compagnie reali portoghesi. Dal
1450 si aggiunsero i commercianti di schiavi genovesi e veneziani, nel 1469 la
Compagnia commerciale reale di Gómez, mentre nel 1470 una compagnia fiorentina
iniziò a commerciare i tessuti e schiavi a Timbuctu. La Compagnia reale del re
Joao del Portogallo monopolizzò il “commercio” della Guinea dal 1480 al 1500 e
la Spagna detenne un asiento universale sul monopolio della schiavitù.
La schiavitù sotto il
Colonialismo divenne sistematica dopo l’espulsione dalla Spagna dei mussulmani
e gli arabi ebrei nel 1492. La monarchia spagnola utilizzò poi gli ebrei, che
la Spagna e il Portogallo avevano perseguitato durante i trecento anni delle
guerre di “riconquista” contro gli arabi, come schiavi per le colonie. Un terzo
del primo equipaggio di Colombo era costituito da ebrei, reclutati poche ore
dopo l’entrata in vigore dell’ordine che intimava a tutti gli ebrei di lasciare
la Spagna imperiale. Gli ebrei erano i principali proprietari di schiavi in
Brasile fino alla loro espulsione nel 1755 circa per ordine del governo Pombal
di Lisbona. Rembrandt, che ad Amsterdam si oppose all’antisemitismo, dedicò
quattro schizzi (“Conciliader” del 1641 e “Piedra Gloriosa” del 1655) ai
proprietari di schiavi ebrei: A los Nobilísimos Muy Prudentes y Insólitos
Señores del Consejo de los Indios Occidentales. Allo stesso modo i protestanti
ugonotti, che fuggirono da Parigi dopo il massacro della notta di san
Bartolomeo (1572) per mano dei cattolici, divennero nel 1688 proprietari di
schiavi nei bigneti della colonia olandese del Capo e nelle piantagioni di
cotone americane.
I Fugger, i Welser e le altre
banche tedesche della Lega Anseatica, che finanziarono la conquista del
Mozambico, di Zani e di Goa ad opera di Vasco da Gama nel 1498-1500, divennero
le prime “multinazionali” e fissarono un tasso di profitto concorrenziale, la
prima leva del modo di produzione capitalistico. Verso il secolo XVII, quando
l’Olanda e l’Inghilterra si contrapposero e sostituirono il Portogallo, la
Spagna e la Francia come potenze marittime, si formarono nuove multinazionali
che commerciavano schiavi. Tra queste: i commercianti di schiavi dei gesuiti di
Loyola, la Compagnia olandese delle Indie Occidentali che conquistò
l’Indonesia, lo Sri Lanka e il Capo, le Compagnie delle Indie Occidentali e
Orientali fondate dalla regina Elisabetta d’Inghilterra quando Francis Drake,
Walter Raleigh e Hawkins fecero dell’Inghilterra una grande potenza marittima
che commerciava schiavi, le Compagnie francesi che conquistarono nel 1624 il
Gambia e il Senegal, la Compagnia del Senegal di Richelieu fondata nel 1633, la
Compagnia domenicana presente dal 1650 in Mozambico, la Compagnia svedese che
commerciava schiavi nella Costa d’Oro dal 1657, la Compagnia di San Luigi di
Luigi XIV fondata nel 1659, la Compagnia reale dell’Africa Britannica di Carlo
II fondata nel 1672, la Compagnia prussiana di Frederico Guglielmo creata nel
1677 per commerciare schiavi, l’Asiento reale spagnolo, monopolio di commercio
di schiavi acquistato dalla monarchia britannica nel 1713 e la Compagnia
danese.
La forza e il motivo trainante di
queste compagnie che commerciavano schiavi era il profitto capitalistico.
Proprio come la manodopera salariata, la manodopera degli schiavi aveva un
tempo-lavoro “necessario” e uno che generava surplus in senso marxista. Il
prezzo di uno schiavo era calcolato in modo capitalistico. Il prezzo era la
capitalizzazione scontata del plusvalore atteso dalla produzione dello schiavo,
con un tasso di sconto determinato dal tasso di profitto vigente sul mercato.
La pratica schiavista post-colombiana non era quindi un modo di produzione, ma
una forma di lavoro che apparteneva strettamente al modo capitalistico.
La schiavitù e il commercio degli
schiavi arricchirono città portuali come Washington, New York, Boston nel Nord
America, Liverpool, Hull, Bristol, Londra in Inghilterra, Lagos, Faro e Lisbona
in Portogallo, Cadice, Granada e Siviglia in Spagna, Dieppe e Bordeaux in
Francia, Amsterdam, Amburgo, Brema, Anversa, Copenhagen, Stoccolma e persino
San Pietroburgo. Questa crescita urbana era la continua conversione materiale
in capitale costante degli enormi profitti coloniali tratti dallo schiavismo in
Europa e negli insediamenti europei all’estero. Allo stesso modo, come
descritto nel 1944 dallo studioso e uomo politico caraibico Eric Williams in
Capitalism and Slavery, le piantagioni di cotone schiaviste degli Stati Uniti
costituirono le basi della Rivoluzione industriale inglese. Lo zucchero, i
coloranti brasiliani, le spezie, il cotone, il tabacco, il caffè, l’argento,
l’oro del Colonialismo promossero il commercio marittimo europeo. Alla metà del
secolo XVII, durante il Commonwealth di Cromwell, le navi di Bristol iniziarono
un commercio che portò oltre oceano complessivamente duecentomila schiavi
africani. La Compagnia reale africana ne trasportava una media di cinquemila
all’anno. Al 1760 centoquarantasei navi di schiavi britanniche avevano spedito
da sole trentaseimila schiavi all’anno e durante il suo primo secolo di vita il
commercio britannico degli schiavi trasportò in America due milioni di schiavi
africani. Nel 1800 il 33% della flotta britannica era ormai costituita da navi
per il trasporto di schiavi, mentre l’80% delle importazioni britanniche proveniva
esclusivamente dalle piantagioni di schiavi delle Indie Occidentali. Dalla sola
piccola isola di Goree, vicino a Dakar; nel Senegal, le navi dei commercianti
di schiavi europei condussero 20 milioni di persone verso la schiavitù.
Lo schiavismo uccise cento
milioni di africani, mentre un egual numero di indigeni americani fu sterminato
nelle piantagioni degli Stati Uniti, del Brasile, dei Caraibi e in altre
ancora, nelle miniere spagnole in Perù e in Messico. Un simile genocidio non
solo ha alimentato l’industria e le scienze europee, ma anche la statistica e
il calcolo delle probabilità, come calcolo dei rischi del commercio di merci e
di schiavi propri del Colonialismo. Esso favorì inoltre le invenzioni nel
settore del trasporto a vapore e delle macchina tessili. Persino grandi
inventori quali Benjamin Franklin accettarono la schiavitù, al pari dei
missionari calvinisti e cattolici che predicavano la dignità del lavoro degli
schiavi e si opponevano al peccato della nudità. La schiavitù e lo schiavismo
del Colonialismo, così come le “scoperte”, furono l’”altra faccia” del
Rinascimento, della Riforma e dell’Illuminismo europei.
4. Le conquiste, le sottomissioni
e la schiavitù caratteristici del Colonialismo si unirono per produrre la
principale ideologia del Colonialismo stesso, e cioè il razzismo. Il
Colonialismo tracciò una linea di separazione basata sul colore della pelle che
divideva in modo visibile gli europei colonizzatori, conquistatori e schiavisti
dagli africani, asiatici, americani e oceanici colonizzati, conquistati e
schiavizzati. Il concetto e il termine “razza” emerse come la “novità” uscita
dal grande conflitto internazionale tra il modo di produzione del capitalismo
europeo e i modi non-europei del comunismo primitivo, del tribalismo e del
comunismo dispotico. Questo conflitto planetario sul modo di produzione fu più profondo
e pervasivo del conflitto sul modo di produzione tra feudatari e borghesia in
Europa. Questo conflitto mondiale contrapponeva la proprietà privata alla
proprietà comunitaria, un’alleanza feudale-capitalista di classi e Stati a
nomadi, tribù, insediamenti comunitari e Stati-nazione a comunismo dispotico,
come ad esempio, quelli incas, atzechi, hindu, moghul e quelli dell’Africa
sahariana-sudanese. Una così estesa dialettica del materialismo storico ha dato
origine ad un fenomeno che, tanto nella prassi quanto a livello spirituale, si
manifesta a tutt’oggi, e anzi è, alla vigilia del secolo XXI, in continua
crescita. Tale fenomeno si basa su un “assioma” così forte da essere accettato
come ovvio anche nel mondo moderno, e cioè che la specie umana e costituita da
“razze”.
Il Colonialismo creò in un
processo unico e onnicomprensivo la trinità “capitalismo”, “Europa” e “razza”.
Il termine “razza” risale all’italiano razza e allo spagnolo raza del 1500
circa, come corruzioni di quella lingua franca del tempo in cui il Mediterraneo
era un “lago arabo”. Poiché sembrava che tutti gli schiavi fossero neri, il
razzismo insegnò che i “neri” erano schiavi. Poiché sembrava che nessuno
schiavo fosse bianco, il razzismo insegnò che nessun “bianco” avrebbe dovuto
essere schiavo. Nel secolo XVIII “negro” in America ormai significava “nero,
ignobile e sporco”. L’Oxford Dictionary moderno definiva “negro” come “uno
appartenente ad una razza africana di pelle nera, con capelli crespi, naso
piatto e grosse labbra sporgenti”. Dal 1450, dalle invasioni di Enrico il
Navigatore, “indigeno” significava “uno nato in schiavitù”. A partire dal 1564
circa, “africano” significava “nero” e dal 1603 circa “europeo” significava
“bianco”, proprio come succede oggi in Sud Africa. Paradossalmente, fu proprio
nello Stato più razzista del mondo, il Sud Africa, che attorno al 1950, fu
affermata per la prima volta la verità circa la “razza”, quando il Movimento di
Unità Non-europeo dichiarò: “non ci sono razze umane. La specie umana è una
razza indivisibile”. Nel 1967 questa affermazione fu confermata dall’ONU e nel
1980 dallo scienziato di Harvard S. Gould.
Il Colonialismo ha convertito in
razze i “tipi” dell’oro, dell’argento, dell’ottone e del ferro della Repubblica
di Platone. Il Colonialismo ha distorto in una teoria razziale del sangue
l’idea di Aristotele secondo la quale i cicli mestruali scompaiono nella
gravidanza perché confluiscono nel sangue del feto. Il Colonialismo ha trapiantato
i temperamenti di Ippocrate nelle “razze” bianca, gialla, mora e nera di
Linneo: i neri sarebbero “malinconici”, i mori “collerici”, i gialli
“flemmatici” e, ovviamente, i bianchi “sanguigni”. Il biologo Sommering scrisse
che gli africani sarebbero “per loro stessa natura tristi, di pessimo
carattere, obbedienti e quindi nati solo per essere schiavi”.
Il razzismo contagiò
Georges-Louis Buffon, Ernst Haeckel, Boca, il vecchio Thomas Henry Huxley,
Georges Cuvier, Louis Agassiz (fondatore dell’”antropologia” bio-metrica di
Harvard), Auguste Comte e persino Charles Darwin (attraverso lo scienziato
colonialista Galton) e poi, nel secolo XX, Émile Durkheim, Franz Boas e il
sovietico Nesturk non ne furono immuni.
Mentre prima del Colonialismo
capitalistico gli storici come Erodoto e Marco Polo descrivevano le usanze
invece delle caratteristiche biologiche delle popolazioni, a partire dalle
grandi “scoperte” i cronisti divennero classificatori di razze giungendo così
alla moderna mania “etnica”. Nel secolo XIX il razzismo era ormai diventato una
filosofia politica di moda nelle opere di Joseph de Gobineau, Thomas Carlyle,
Friedrich Nietzsche, Charles Kingsley, Huston Chamberlain e Müller (inventore
del mito “ariano, di cui si pentì tardivamente). La teoria della razza è
entrata nella psicologia attraverso Francis Galton a Londra e fu standardizzata
nel secolo XX da Johannes Jensen negli Stati Uniti, Cyril Burt e Eysenck in
Inghilterra e attraverso la sciocchezza non scientifica delle pratiche di
misurazione del quoziente d’intelligenza in Europa, Giappone e Stati Uniti. È
entrata nella criminologia, prima ancora delle impronte digitali e del test del
DNA sugli individui, quando Cesare Lombroso “dimostrò” che i “neri” e i
“gialli” nascevano delinquenti. Uomini politici come il poeta Milton
(segretario di Stato di Cromwell), Benjamin Franklin, Payne, John Adams e
Thomas Jefferson erano razzisti e Abraham Lincoln (nonostante l’influenza
esercitata su di lui dal “negro” abolizionista Douglas), sosteneva la segregazione
sociale, politica e giuridica. L’esploratore Richard Francis Burton disse che
gli africani terminavano il loro sviluppo mentale dopo la pubertà. Rudyard
Kipling, gli esploratori Barth, Peters, David Livingstone, Pietro de Brazza,
Thys, Dapper, Marchand... erano tutti razzisti!
Nonostante Darwin abbia rifiutato
l’esistenza di un legame tra il clima e il colore della pelle, la storiografia
continua ad ascrivere la colonizzazione europea all’attrattività del clima.
Tuttavia la colonizzazione non ha avuto luogo in Cina o in Giappone e il clima
non ha impedito ai coloni di recarsi nel torrido Brasile o in Florida e nel
freddo Canada. Di fatto i coloni non erano attirati dal clima, ma piuttosto
dalla mancanza di un modo socio-economico forte: essi si spostarono dove non
esisteva una forte formazione sociale pre capitalistica di comunismo dispotico
(il che escludeva l’India e la Cina), o dove gli europei avevano
precedentemente decimato gli indigeni (per esempio gli Stati Uniti, il Canada,
l’Australia e il Sud Africa).
Ogni colonia presentava non solo
le caratteristiche generali del Colonialismo (fonte di materie prime, enormi
profitti, mercato di beni e di capitale), ma anche le caratteristiche
specifiche che derivavano dalla sua storia pre-coloniale. L’intensità della
trasformazione capitalistica era inversamente proporzionale al livello e alle
dimensioni della civiltà pre-capitalistica. Vi fu quindi una vasta gamma di
trasformazioni, che spaziarono da cambiamenti minimi nel “dispotismo orientale”
cinese fino ad un massimo nel caso del comunismo primitivo dell’Australia e del
Canada, dove la brutalità dei coloni decimo società antiche vecchie di
cinquantamila anni e la colonia stessa divenne il suo contrario: un dominion
imperialista indipendente.
5. Il concetto di mutamento
tramite lo scontro di opposti insiti nella storia rivela quattro tipi di
colonie. In primo luogo, laddove il Colonialismo si scontrava con il
“dispotismo”, il precedente classe-stato locale costituì la base sociale per
l’Indirect Rule coloniale, che inibì una colonizzazione caratterizzata
dall’insediamento di coloni. Inoltre, poiché la proprietà privata di uomini, e
quindi la schiavitù, era aliena dalla storia pre-capitalistica di quelle colonie, il Colonialismo non fu in
grado di introdurre la schiavitù, ma costruì invece quello che Cecil Rhodes
definì nel 1896: “un sistema di dispotismo, come quello che abbiamo in India”.
Dato che gli insediamenti europei e la schiavitù erano le due condizioni
inseparabili per una colonia intrinsecamente razzista, in questo tipo di
colonia non si affermò uno Stato basato su un “colore” ufficiale, generale e
istituzionale (India, Messico, Perù, Egitto).
Tuttavia la discriminazione e i
pregiudizi fondati sul colore della pelle erano dilaganti in quei paesi come altrove.
Un secondo tipo di colonia si
formò dove la civiltà precedente alla conquista era il comunismo primitivo (gli
Stati settentrionali degli Stati Uniti, il Canada, l’Australia, il Kalahari,
l’Argentina, il Cile e l’Uruguay). In questi paesi gli indigeni furono decimati
dalla guerra, dall’avvelenamento dei pozzi, dalla caccia ai bisonti e chi
sopravvisse fu rinchiuso nelle riserve. Tali colonie divennero dominion
imperialisti (Australia, Canada) con frontiere fondate sul colore, o le
semi-colonie sud-americane governate dai coloni.
Un terzo tipo di colonia emerse
dove le società tribali erano essenzialmente dedite alla pastorizia e
all’agricoltura, assicurando così ai colonizzatori manodopera sfruttabile, ma
dove era possibile fare diventare i capitribù e i re organi dell’Indirect Rule
del governo coloniale. Qui vi era ben poco bisogno politico o sociale di una
presenza massiccia di coloni (gran parte dell’Africa e dell’America centrale).
Il Colonialismo creò un quarto
tipo di colonia negli stati meridionali degli Stati Uniti, in Brasile e in Sud
Africa. Qui il genocidio degli indigeni fu attuato in quelle regioni dove erano
possibili piantagioni basate sulla schiavitù (zucchero, caffè, cotone, vino),
dove il clima (assenza di neve e di inverni molto rigidi) consentiva l’utilizzo
della manodopera per tutto l’anno, e dove quindi gli schiavi furono importati
in massa, mentre contemporaneamente cominciò la creazione massiccia di
insediamenti di coloni. In questo quarto tipo di colonia esistevano le condizioni
ideali per una società di caste fondate sul colore della pelle. In Sud Africa,
ad eccezione delle società comuniste dei San dedite alla pesca, alla caccia e
alla raccolta di cibo, vivevano le formazioni sociali tribali estremamente
sviluppate dei Khoi-Khoin e dei Bantu basate sulla pastorizia e l’agricoltura
che, a differenza delle società San (e gran parte degli amerindi), resistettero
al genocidio o non soccombettero al lavoro forzato. Il loro ordine sociale era
preclassista, tale quindi da non poter fornire alle potenze coloniali una
classe superiore già pronta o uno stato capace di gestire i territori
imperiali. Si creò quindi un vuoto socio-politico che fu riempito dai
colonizzatori europei, i quali potevano disporre di una manodopera che,
accresciuta dall’apporto di schiavi importati, costituì una base di schiavi per
l’economia. Una barriera determinata dal colore della pelle tra gli europei e
gli schiavi ha evitato la diffusione sociale. La confluenza dell’insediamento
“bianco” e della schiavitù “nera” su suolo precedentemente tribale ha prodotto
quella colonia sistematicamente basata sull’apartheid, di cui il Sud Africa
rappresenta il caso estremo.
(uno dei testi con cui Hosea
Jaffe ha collaborato al libro Politica. Vocabolario a cura di Lorenzo Ornaghi,
Jaca Book, 1993)


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