La "love story" senza lieto fine: l'ennesimo aborto del progetto sionista
di Ali Reza Jalali tratto da http://www.italiasociale.net/
Il problema è capire se da questa "romantica" vicenda nascerà un figlio, o se il tutto si concluderà con un aborto.
Già nel 2006 la signora Rice, collaboratrice di Bush Junior, disse che la guerra contro il Libano, voluta ed attuata dall'imperialismo sionamericano, per stroncare la resistenza antisionista e filosiriana di Hezbollah, era "il dolore necessario per il parto del nuovo Medio Oriente".
Allora la cosa si concluse però con un aborto, visto che del tanto ambito nuovo Medio Oriente dominato in toto dall'asse USA-Tel Aviv, non ci fu nemmeno l'ombra. Hezbollah uscì dal conflitto rafforzato, la Sira assadista rimase al suo posto e non di certo ridimensionata, l'Iran diventava più forte ogni giorno che passava e la resistenza palestinese diveniva una vera forza motrice, scalzando quasi definitivamente i collaborazionisti di Al Fatah.
Oggi, attraverso una strategia un po’ diversa, e molto più sofisticata, i sionisti hanno ripreso l’attacco contro l’Asse della Resistenza. "Qualsiasi regime che rimpiazzi il presidente siriano Assad non potrà essere peggiore di quello attualmente in carica".
Questa non è la frase pronunciata da un qualche membro della cosiddetta opposizione siriana all’estero, ma un proclama del signor Ashkenazi, colui che è stato il 19° Capo di Stato Maggiore generale dell’esercito di Tel Aviv.
Questa affermazione, riportata anche dal sito internet del movimento Hezbollah, dimostra ancora una volta, se ce ne fosse ancora bisogno, l’auspicio delle autorità israeliane riguardo alle sorti di uno dei pochi regimi arabi, se non l’unico, che abbia effettivamente contribuito alla resistenza contro il sionismo.
Dispiace dover notare come molti movimenti politici del mondo arabo, anche con apparenti ideali rivoluzionari, siano ultimamente caduti nella trappola propagandistica occidentale, tesa a mettere sullo stesso piano personaggi come Ben Ali e Mubarak, tutti più o meno traditori della causa palestinese, e il presidente Assad.
Speriamo che queste persone si correggano, anche perché rifiutiamo di pensare che questi gruppi non riescano a distinguere la reazione dalla rivoluzione, il sionismo dall’Asse della Resistenza.
Chi ha accolto i resistenti palestinesi quando furono cacciati a pedate dalla Giordania?
Chi ha dato l’autorizzazione a Hamas, alla Jihad islamica e alla sinistra progressista palestinese di installare le proprie basi sul proprio territorio? Solo la Siria. In quei duri giorni, dove erano il Qatar, l’Arabia Saudita e la Turchia (Paese quest’ultimo che ospita sul suo territorio l’ambasciata israeliana)?
Le autorità sioniste dopo un periodo di silenzio sono ormai chiaramente scese in campo e dichiarano il loro supporto alla cosiddetta opposizione siriana, anche attraverso l'invio di armi e addestratori, infiltrati in Siria principalmente dal confine turco.
Alon Liel, un ex dirigente del ministero degli esteri israeliano ha affermato, sempre in base a notizie in possesso a Hezbollah, di aver incontrato in Turchia dei membri dell’opposizione ad Assad e di aver riscontrato molti punti in comune con loro.
Egli inoltre ha ribadito che l’opposizione siriana è "diversa" da quelle di altri Paesi arabi, con evidente riferimento al fatto che tra i nemici di Assad non si riscontrano particolari posizioni antisioniste. Isaac Herzog, membro del parlamento sionista, ha poi ammesso di aver incontrato membri dell’opposizione siriana in Europa e negli USA, riscontrando in essi "posizioni concilianti" con Israele.
Ora bisogna capire la strategia sionista nei prossimi mesi, visto che la guerra contro Gaza conclusasi frettolosamente ha segnato una nuova battuta d’arresto per Tel Aviv.
Dopo ben venti anni sono tornate a suonare le sirene nel capoluogo sionista, un bel passo indietro per quello che si riteneva essere uno Stato invincibile.
Tutto merito dei missili Fajr 5 di produzione iraniana, arrivati nella Striscia di Gaza di recente, probabilmente approfittando dei disordini e all’instabilità imperanti nel vicino Egitto, anche se alcuni analisti propendono per la tesi in base alla quale i missili sarebbero stati fabbricati a Gaza, grazie alle direttive iraniane e alle conoscenze scientifiche e tecnologiche degli ingegneri militari di Tehran.
A prescindere da ciò, dopo la conclusione del conflitto, la propaganda antisiriana, fermatasi per qualche dì, a ripreso a martellare pesantemente. Ciò dimostra che il complotto sionista e nordamericano, che vede coinvolti alcuni Paesi europei, alcuni Paesi arabi, la Turchia e i gruppi radicali e reazionari vicini ad Al Qaida, sta continuando.
Le possibilità al momento sono due: o un attacco diretto militare dell’Occidente (NATO) o la continuazione di quello scenario che va avanti almeno da un anno e mezzo, cioè il sostegno ai terroristi, ma nulla di più.
Quest’ultimo modello ormai si è capito che non porterà ad alcun risultato concreto per i sionisti e i loro alleati, ma solo ad un continuo spargimento di sangue. Il vero obiettivo, cioè la caduta dell’attuale Stato siriano e la sua sostituzione con il Mubarak della situazione, ovvero un governante filosionista che garantisca un’alleanza regionale che corra sull’asse Tel Aviv-Damasco-Ankara, è del tutto irrealizzabile con il "semplice" sostegno ai terroristi.
Ma il vero rompicapo è dettato dal fatto che nemmeno l’attacco della NATO è realizzabile in Siria.
Non diciamo nulla di nuovo se sosteniamo la completa differenza tra il caso libico e quello siriano.
La Libia era uno Stato isolato nel contesto regionale, mentre la Siria può vantare sia la tenuta del binomio esercito-popolo in favore di Assad, sia il sostegno degli alleati regionali, ovvero Iran, Hezbollah e resistenza palestinese, per non parlare poi dell’importante asse eurasiatico (Russia-Cina) che non vuole la caduta del presidente Bashar Assad, considerando la caduta di Damasco come il primo passo di una guerra all’Iran e dell’eventuale accerchiamento geopolitico della Russia e della Cina.
Detto ciò i sionisti non possono nemmeno accettare la situazione di stallo e il continuo ridimensionamento della loro sfera d’influenza nella regione.
Quindi una follia è sempre possibile, come un attacco avventato contro qualche obiettivo riconducibile all’Asse della Resistenza, ma anche qui le difficoltà del dover poi trovarsi ad affrontare una reazione pesante rende la strada della "follia" impercorribile.
Qualche mese fa un ex dirigente di spicco dei Pasdaran iraniani aveva avvertito il regime sionista, che in caso di attacco all’Iran, la reazione sarebbe stata terribile, ipotizzando circa diecimila perdite tra i sionisti.
Anche la sciagurata avventura sionamericana in Siria, similmente a quella del 2006 in Libano, sembra destinata al buco nell’acqua. Insomma, la "love story" tra il regime sionista e l’opposizione siriana, sarà finalizzata non dalla nascita di un figlio (un nuovo regime siriano alleato di Tel Aviv), ma dall’ennesimo aborto di una madre ormai incapace di portare a conclusione alcuna gravidanza.
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