Israele ha minacciato di cancellare l’accordo sulla tregua se il segretario generale della Jihad, vicina a Hizbollah, fosse entrato nella Striscia
Meshaal a Gaza. E la Jihad islamica resta fuori dalla porta
| di: Alessia Lai |
Più di 170 morti e oltre 600 feriti.
Ci si chiede se il bilancio dell’ennesima aggressione israeliana contro Gaza, l’operazione Colonna di nuvola scattata a metà novembre scorso, non rappresenti il prezzo pagato dai palestinesi per ottenere il rientro in patria di Khaled Meshaal, il leader di Hamas in esilio da 45 anni, e la riconciliazione con al Fatah all’insegna delle svendite di fine stagione. Ieri il rappresentante palestinese è tornato a Gaza passando dal valico di Rafah, quello che collega il Territori occupati all’Egitto per poter partecipare ai festeggiamenti per il venticinquennale della Resistenza palestinese. Meshaal, il cui rientro è stato reso possibile proprio dall’intercessione dei “fratelli” egiziani (nella foto Meshaal con il presidente egiziano Morsi), è stato accolto dal capo del governo di Hamas, Ismail Haniye.
Fino a pochi mesi fa Meshaal aveva goduto della protezione che la Siria di Bashar al Assad ha sempre garantito agli esuli palestinesi e soprattutto degli onori riservati al rappresentante di un popolo. Fino al voltafaccia: Meshaal e la rappresentanza di Hamas in Siria hanno lasciato Damasco per Doha, condannando il governo di Assad e schierandosi al fianco dei “ribelli” etero diretti, finanziati e armati proprio dal Qatar, ora nuovo Stato ospite del leader di Hamas. La stessa petromonarchia che dopo avere finanziato e sostenuto i “ribelli” libici, ora fa lo stesso con quelli siriani e che usa come un’arma la propaganda della sua tv al Jazeera. Proprio da Doha, Meshaal è arrivato ieri nella Striscia di Gaza, per 48 ore, per partecipare al grande raduno nel quale presenterà la nuova strategia di Hamas e aprirà a una riconciliazione con il partito del presidente dell’Anp, Abu Mazen, al Fatah, che da canto suo ha confermato la partecipazione ai festeggiamenti per i 25 anni della resistenza sunnita palestinese. È stata proprio la tv del Qatar al Jazeera a trasmettere in diretta le immagini del suo arrivo in Palestina. “Questa è la mia terza nascita - ha affermato Meshaal- dopo quella naturale, nel 1956, e la seconda dopo il tentativo israeliano di uccidermi, nel 1997, in Giordania, su ordine di Netanyahu”. “Rinascerò una quarta volta quando la Palestina sarà liberata”, ha aggiunto, parlando poi della necessità che Gerusalemme venga riconosciuta come capitale dello Stato palestinese e mostrando l’intenzione di portare a buon fine i colloqui di riconciliazione con al Fatah. Tarallucci e vino, verrebbe da dire, se non fosse che i festeggiamenti di ieri, come quelli per il riconoscimento “farlocco” all’Onu, hanno richiesto tributi di sangue preventivi.
Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Ma’an, il leader politico del movimento islamico palestinese, al valico di Rafah, appena sceso da un’auto, si è inginocchiato a terra in segno di ringraziamento a Dio toccando il suolo con il capo e si poi è rivolto alla folla riunita per accoglierlo dicendo: “Gaza è nel mio cuore e la volontà divina ha voluto che io visitassi una Gaza trionfante”. Sarebbe opportuno che Meshaal ricordasse che gran parte di quello che definisce trionfo, cioè la tregua con Israele, è stata imposta anche grazie a una capacità militare resa tale dal supporto dell’Iran e di Hizbollah. La tecnologia per i missili Faijr non è stata fornita da Doha, che in genere preferisce impegnarsi nelle lucrose ricostruzioni post “primavere” e nel finanziamento e supporto dei gruppi salafiti in giro per il Vicino Oriente.
Ma forse la “dimenticanza” non è un caso, si tratta semplicemente di una conseguenza della sua scelta di campo. Come non sembra essere un caso che il segretario generale della Jihad Islamica, Ramadan Shallah, e il suo vice, Ziyad al-Nakhala – che sarebbero dovuti arrivare a Gaza assieme a Meshaal – non siano potuti entrare nell’enclave. “Israele ha minacciato di cancellare l’accordo sulla tregua se il segretario generale e il suo vice fossero entrati nella Striscia di Gaza”, ha rivelato ieri l’ufficio stampa della Jihad Islamica, notoriamente vicina al Partito di dio libanese e a Teheran. In una nota, l’organizzazione palestinese ha precisato che la notizia “è stata comunicata dai fratelli egiziani alla leadership del movimento”, sottolineando che “l’Egitto ha trattato queste minacce con grande serietà, per questo non si è mostrato disponibile a facilitare e coordinare il viaggio di Shallah e del suo vice a Gaza”. Evidentemente le stesse minacce israeliane non sono arrivate alle orecchie egiziane nel caso di Meshaal. O magari è proprio Il Cairo a non gradire i rappresentanti della Jihad Islamica. Delle due l’una, e nessuna migliore dell’altra.
Ci si chiede se il bilancio dell’ennesima aggressione israeliana contro Gaza, l’operazione Colonna di nuvola scattata a metà novembre scorso, non rappresenti il prezzo pagato dai palestinesi per ottenere il rientro in patria di Khaled Meshaal, il leader di Hamas in esilio da 45 anni, e la riconciliazione con al Fatah all’insegna delle svendite di fine stagione. Ieri il rappresentante palestinese è tornato a Gaza passando dal valico di Rafah, quello che collega il Territori occupati all’Egitto per poter partecipare ai festeggiamenti per il venticinquennale della Resistenza palestinese. Meshaal, il cui rientro è stato reso possibile proprio dall’intercessione dei “fratelli” egiziani (nella foto Meshaal con il presidente egiziano Morsi), è stato accolto dal capo del governo di Hamas, Ismail Haniye.
Fino a pochi mesi fa Meshaal aveva goduto della protezione che la Siria di Bashar al Assad ha sempre garantito agli esuli palestinesi e soprattutto degli onori riservati al rappresentante di un popolo. Fino al voltafaccia: Meshaal e la rappresentanza di Hamas in Siria hanno lasciato Damasco per Doha, condannando il governo di Assad e schierandosi al fianco dei “ribelli” etero diretti, finanziati e armati proprio dal Qatar, ora nuovo Stato ospite del leader di Hamas. La stessa petromonarchia che dopo avere finanziato e sostenuto i “ribelli” libici, ora fa lo stesso con quelli siriani e che usa come un’arma la propaganda della sua tv al Jazeera. Proprio da Doha, Meshaal è arrivato ieri nella Striscia di Gaza, per 48 ore, per partecipare al grande raduno nel quale presenterà la nuova strategia di Hamas e aprirà a una riconciliazione con il partito del presidente dell’Anp, Abu Mazen, al Fatah, che da canto suo ha confermato la partecipazione ai festeggiamenti per i 25 anni della resistenza sunnita palestinese. È stata proprio la tv del Qatar al Jazeera a trasmettere in diretta le immagini del suo arrivo in Palestina. “Questa è la mia terza nascita - ha affermato Meshaal- dopo quella naturale, nel 1956, e la seconda dopo il tentativo israeliano di uccidermi, nel 1997, in Giordania, su ordine di Netanyahu”. “Rinascerò una quarta volta quando la Palestina sarà liberata”, ha aggiunto, parlando poi della necessità che Gerusalemme venga riconosciuta come capitale dello Stato palestinese e mostrando l’intenzione di portare a buon fine i colloqui di riconciliazione con al Fatah. Tarallucci e vino, verrebbe da dire, se non fosse che i festeggiamenti di ieri, come quelli per il riconoscimento “farlocco” all’Onu, hanno richiesto tributi di sangue preventivi.
Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Ma’an, il leader politico del movimento islamico palestinese, al valico di Rafah, appena sceso da un’auto, si è inginocchiato a terra in segno di ringraziamento a Dio toccando il suolo con il capo e si poi è rivolto alla folla riunita per accoglierlo dicendo: “Gaza è nel mio cuore e la volontà divina ha voluto che io visitassi una Gaza trionfante”. Sarebbe opportuno che Meshaal ricordasse che gran parte di quello che definisce trionfo, cioè la tregua con Israele, è stata imposta anche grazie a una capacità militare resa tale dal supporto dell’Iran e di Hizbollah. La tecnologia per i missili Faijr non è stata fornita da Doha, che in genere preferisce impegnarsi nelle lucrose ricostruzioni post “primavere” e nel finanziamento e supporto dei gruppi salafiti in giro per il Vicino Oriente.
Ma forse la “dimenticanza” non è un caso, si tratta semplicemente di una conseguenza della sua scelta di campo. Come non sembra essere un caso che il segretario generale della Jihad Islamica, Ramadan Shallah, e il suo vice, Ziyad al-Nakhala – che sarebbero dovuti arrivare a Gaza assieme a Meshaal – non siano potuti entrare nell’enclave. “Israele ha minacciato di cancellare l’accordo sulla tregua se il segretario generale e il suo vice fossero entrati nella Striscia di Gaza”, ha rivelato ieri l’ufficio stampa della Jihad Islamica, notoriamente vicina al Partito di dio libanese e a Teheran. In una nota, l’organizzazione palestinese ha precisato che la notizia “è stata comunicata dai fratelli egiziani alla leadership del movimento”, sottolineando che “l’Egitto ha trattato queste minacce con grande serietà, per questo non si è mostrato disponibile a facilitare e coordinare il viaggio di Shallah e del suo vice a Gaza”. Evidentemente le stesse minacce israeliane non sono arrivate alle orecchie egiziane nel caso di Meshaal. O magari è proprio Il Cairo a non gradire i rappresentanti della Jihad Islamica. Delle due l’una, e nessuna migliore dell’altra.
http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=18291
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