Diritto (al‐huquq) e Verità (al‐haqq)
di Stefano Moustafa La Salvia
Oggi si discute molto di diritto in qualsiasi campo dell'applicazione quotidiana, dall'umano, all'animale fino all'ambiente. In un'epoca in cui la Verità da fondamento metafisico oggettivo è stata ipostatizzata al relativismo soggettivo, sempre più si assiste ad un innalzamento del diritto dal soggettivo a dignità oggettiva; come qualità intrinsecamente presente nella natura delle cose (cfr. arabo shay'in: intese come forme sussistenti senzienti e non). In questo apparente movimento contraddittorio può risiedere la spiegazione del come mai, nonostante gli sforzi nella storia del pensiero, il concetto di diritto è sempre sfuggito di mano. Abbiamo notato che istintivamente esso viene collegato ad una dignità intrinseca dell'ente preso in considerazione, come un qualche tipo di attività da adempiersi in conformità alla sua essenza.
Se consideriamo una pianta vediamo che in essa, quella parte di diritto, consiste nel garantirle quello spazio vitale nel quale sia possibile l'esplicazione delle attività sue peculiari; identificate quelle attività come fine, quindi come bene, i mezzi necessari al suo compimento risultano altrettanto buoni. Ricevere acqua, avere un terreno nel quale distendere le proprie radici sono alcuni degli esempi di mezzi appartenenti di diritto alla pianta che nessuno metterebbe in discussione. Un'attività conforme a tali prescrizioni risulta in un comportamento giusto, viceversa ingiusto. Da ciò sorge una domanda: per comportarsi in modo giusto nei confronti degli enti, in conformità al diritto intrinseco a loro stessi, è necessario avere una conoscenza della loro natura e quindi dell'essenza? La risposta è assolutamente sì.
La lingua araba ci fornisce un chiaro esempio di questa connessione in quanto, la verità (al‐haqq) intesa come adesione del pensiero all'essere ha la stessa radice della parola diritto (al‐huquq), intesa come adesione della volontà all'essere. Vediamo che in realtà non sono (al‐haqq; al‐huquq) altro che due facce di una stessa medaglia, due modi di approcciarsi ad un unico oggetto e cioè all'essere. Con la lettera minuscola quando vogliamo rivolgerci agli enti contingenti, con la maiuscola (Essere) quando ci rivogliamo all'Ente di per Sè sussistente. Questo concetto lo rivediamo rispecchiato nella stessa modalità di tensione che orientiamo verso Allah‐Subhana wa Ta'allah‐, 'irfan (gnosi, conoscenza), hubb (amore, volontà tendente all'Essere in quanto tale). Da tutto ciò comprendiamo che la Legge non è assolutamente oggetto di opinione, non può fondarsi sulla morale soggettiva di un manipolo di individui.
Per quanto ci sia di buono nell'enunciazione di un diritto basato su un sentimento personale, in quanto il Bene è fondamento e paradigma di ogni cosa, il velo della soggettività con tutti i complessi psico‐somatici, spazio‐temporali, altera non poco l'informazione (sicl. niyyat) del Bene; come fine della volontà agente di un essere intelligente. Anche l'essenza di un ente, da parte umana, è suscettibile di errore in quanto, le informazioni da noi ricevute sono filtrate dai cinque sensi che possono ingannarci nella percezione della quiddità delle cose essendo che, percepiamo solo la loro azione su di noi e non l'essenza intelligibile in modo puro. La conoscenza degli esseri avviene sempre attraverso un processo di giudizio‐sintesi, quindi è necessariamente condizionato dagli elementi che lo costituiscono; per comprendere appieno la loro natura intrinseca dobbiamo basarci su un mezzo di percezione diretta. Questo però è impossibile per l'uomo, a causa della sua propria costituzione, non essendo un ente esclusivamente intelligente ma immerso anche nella materia. Da questo ne consegue la necessità dei Testi Sacri in generale e del Corano in particolare nella corretta comprensione degli esseri e conseguentemente, nella corretta azione nei loro confronti determinata da quella realtà intrinseca sotto l'aspetto morale (al‐huquq). Perché chi meglio dell'Altissimo conosce la natura intrinseca di ciò che ha creato e quindi, poter legiferare in maniera impeccabile? Nessuno, neanche gli angeli poiché non conoscono perfettamente la natura dell'uomo, soggetto primario del diritto.
Solo colui che si è reso degno della Rivelazione dell'Altissimo, attraverso la benedizione incommensurabile del RuhlLah, acquisisce l'autorità di legiferare e diventare di conseguenzaRasulLah. Da ciò viene a costituirsi la sha'aria, intesa come via da seguire per una corretta relazione tra tutti gli esseri esistenti e il Creatore ‐ Sublime nella Sua Magnificenza ‐, identificata con il Sirat al‐mustaqim. Quindi affinché Allah ‐ Subhana wa Ta'ala ‐ ci conceda la Misericordia di percorrere il Sirat al‐mustaqim, ci stringiamo al Santo Profeta ‐ Sallallahu alayhi wa alihi wa sallam- nell'enunciare: “O mio Signore! Separami completamente da tutto ciò che è altro da Te affinché possa volgermi verso di Te, illumina gli sguardi dei nostri cuori con le luci del loro sguardo che a Te si volge fino a che gli sguardi dei cuori lacerino i veli di luce e giungano alla fonte dell’Immensità, e guida le nostre anime sospese per mezzo della gloria della Tua santità”*
*Trascrizione di una invocazione dell’Imam Ali (as) nota come "Munajat Shabaniyyah"
articolo tratto da islamshia.org
Commenti
Posta un commento