di Sebastiano Caputo
Ieri l’Afghanistan, l’Iraq e la Libia, oggi la Siria, domani l’Iran. Recentemente un altro Paese sembra aggiungersi alla lista: l’Algeria.
Nella regione arabo-musulmana, dal Marocco alla Penisola arabica, esiste un vero e proprio progetto di destabilizzazione attraverso il caos. Si chiama neo-conservatorismo, una dottrina politica – formatasi nei “think tank” anglo-americani tra la resa dell’Unione Sovietica nel 1991 e gli attentati dell’11 settembre – che con il pretesto di sradicare il terrorismo oppure di esportare la democrazia e i diritti umani, legittima l’intervento militare delle potenze occidentali nei Paesi sovrani della zona. Un progetto egemonico che non vede solo l’intervento armato come mezzo di conquista, bensì che opera anche attraverso infiltrazioni nella politica interna, attentati mirati al fine di gettare olio sul fuoco (spesso nei Paesi dove convivono comunità etniche e/o religiose diverse come in Libano o in Siria) oppure favorendo “rivoluzioni colorate” (ad esempio la “primavera araba” in Nordafrica). Le nazioni arabe e i rispettivi governi cadono uno dopo l’altro: ieri l’aggressione all’Afghanistan, all’Iraq e alla Libia, oggi alla Siria, domani all’Iran. Recentemente un altro Paese sembra aggiungersi alla lista: l’Algeria.
Già nel passato una guerra civile durata otto anni (1991-1999)- tra i partigiani del Fronte Islamico di Salvezza (Fis) e i nazionalisti del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) – dovuta all’annullamento del voto che aveva portato alla sorprendente vittoria del Fis di Abbassi Madani alle elezioni politiche del 1991, aveva destabilizzato il Paese. Con l’elezione di Abdelaziz Bouteflika nel 1999 – il quale formò un governo di riconciliazione nazionale riuscendo addirittura a ritagliarsi un ruolo di primo piano nella regione – l’Algeria era riuscita a porre fine al conflitto anche se non ne sarebbe stata per sempre immune. In 12 anni, l’attuale presidente, erede di una corrente nazionalista e anti-colonialista (di conseguenza anti-imperialista), ha sradicato dal territorio l’islamismo radicale e portato avanti una vera battaglia contro il terrorismo attraverso una forte militarizzazione del Paese. Inoltre ha creato una solidarietà terzo-mondista finanziando progetti di sviluppo economico e sociale alternativi, soprattutto sganciati dagli interessi del Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Un’Algeria che negli anni della guerra fredda passò dal filo-sovietismo degli anni Settanta al non-allineamento nel 1986, fino ad accettare in parte, nel 1999, una politica estera atlantista (solo in parte, dato che il governo ha persino chiuso da più di dieci anni l’ambasciata israeliana ad Algeri). Due anni fa la “primavera araba” aveva risparmiato l’esecutivo di Bouteflika composto dal Fronte di Liberazione Nazionale (Fln), tuttavia di fronte alla caduta di Muammar Gheddafi in Libia – che la diplomazia algerina aveva criticato sin dall’inizio – e alla guerra della Francia al Mali – cercata di evitare fino all’ultimo -, l’Algeria rischia di implodere.
Il primo segnale di destabilizzazione è stato il conflitto maliano e la vicenda dell’impianto petrolifero di “In Amenas” che ha messo in difficoltà l’esecutivo algerino. Il secondo è legato invece ad una guerra sotterranea all’interno stesso del partito di maggioranza che è emersa venerdì dal siluramento di Abdelaziz Belkhadem dalla guida del Fronte di Liberazione Nazionale. La sua uscita di scena è avvenuta in un quadro di spaccatura totale nel partito, tanto che la votazione del Comitato Centrale avvenuta giovedì sera, in un albergo di Algeri, in un clima di altissima tensione, ha dato un risultato quasi equivalente: 160 sono stati i voti per il suo allontanamento; 156 per la sua conferma alla segreteria. Sul voto di sfiducia a Belkhadem, il presidente della repubblica, Abdelaziz Bouteflika, è restato neutrale, non esprimendo alcuna presa di posizione sul contrasto interno al suo partito e, soprattutto, sull’esito che esso ha avuto. Adesso in vista delle elezioni presidenziali del 2014, toccherà a lui ricompattare il partito, per evitare di avere sgradite sorprese dalle urne. Solo l’unione delle correnti politiche nel nome dell’interesse nazionale può salvare l’Algeria dalle mire neo-colonialiste occidentali che dopo la resa della Libia e presto del Mali, vorranno probabilmente arrivare fino ad Algeri.
Fonte: Rinascita
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