di Ali Reza Jalali
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Fukuyama, ovvero il trionfo globale della democrazia liberale
Lo studioso nordamericano Francis Fukuyama, è sicuramente tra i principali esponenti del filone riconducibile al pensiero dell’universalismo democratico. Nel suo celebre saggio “La fine della storia e l’ultimo uomo”, pubblicato in Italia nei primi anni ’90, che a sua volta riprendeva un articolo apparso per la prima volta sulla famosa rivista “The National Interest”, Fukuyama esponeva in modo magistrale la teoria in base alla quale il mondo, dopo la sconfitta dei principali avversari ideologici della democrazia liberale, ovvero nazismo e comunismo (era da poco caduto il Muro di Berlino), sarebbe stato inondato di principi democratici, in stretta connessione con gli ideali dell’economia di mercato e del liberalismo, sia in chiave economica che politica. In pratica la “democrazia occidentale” sarebbe diventata il modello per tutti i popoli e tutte le razze. Per fare un esempio di come la democrazia si stesse diffondendo nel mondo, Fukuyama riporta una tabella dove indica i paesi democratici nel globo, verso la fine degli anni ’80. In questa lista ritroviamo indistintamente paesi europei, americani, asiatici e africani, tutti ritenuti da Fukuyama aderenti al modello della democrazia liberale. Infatti, come detto prima, Fukuyama, con un chiaro approccio universalista, ritiene che la “democrazia” possa essere concepita in modo completo solo se associata al “liberalismo” (democrazia liberale appunto), ma non esclude una possibile scissione tra i due principi. Egli scrive: “Per quanto strettamente collegati, liberalismo e democrazia sono due concetti distinti. Il liberalismo politico può essere definito semplicemente come il riconoscimento giuridico di certi diritti o libertà individuali. Dei diritti fondamentali si possono dare definizioni quanto mai varie, ma noi ci limiteremo a quella contenuta nella classica opera sulla democrazia di Lord Bryce, che li limita a tre: diritti civili, cioè l’esenzione del controllo del cittadino per quanto riguarda la sua persona e la sua proprietà, diritti religiosi, cioè l’esenzione del controllo per quanto riguarda l’espressione di opinioni religiose e la pratica del culto, e quelli che lui chiama diritti politici, cioè l’esenzione del controllo in materie che non riguardano il benessere dell’intera comunità in maniera talmente chiara da rendere necessario il controllo stesso, ivi compreso il diritto fondamentale della libertà di stampa.” (1) Quindi secondo Fukuyama nel momento in cui uno stato rispetta i suddetti parametri riguardanti i diritti fondamentali in ambito politico e religioso, insieme all’economia di mercato e alla possibilità dei cittadini di partecipare alla gestione della cosa pubblica, direttamente o più normalmente tramite dei rappresentanti (democrazia indiretta o rappresentativa, tipica delle società complesse), abbiamo a che fare con una democrazia liberale, modello buono per ogni popolo o nazione, a prescindere dalle differenze culturali, religiose o etniche. Fukuyama però ammette implicitamente, e qui lo studioso forse si contraddice, la possibilità che esistano modelli democratici “sui generis”, non omologabili nell’alveo della democrazia così come lui la intende. Egli infatti scrive: “Di solito liberalismo e democrazia procedono insieme, ma in teoria possono essere anche separati. E’ infatti possibile che un paese sia liberale, senza essere particolarmente democratico. Tale è stata nel secolo XVIII l’Inghilterra, dove una ristretta elite sociale godeva di una lunga lista di diritti, tra cui quello di voto, che venivano invece negati agli altri. E’ anche possibile che un paese sia democratico senza essere liberale, cioè senza difendere i diritti dei singoli e delle minoranze. E’ esattamente il caso della Repubblica islamica dell’Iran, dove si sono avute regolari elezioni, che sono state anche abbastanza corrette in base agli standard del Terzo Mondo, e che hanno reso il paese più democratico di quanto non lo sia stato al tempo dello scià.” (2) La teoria di Fukuyama quindi, pur essendo chiaramente universalista, e come tutti gli universalismi, sia laici (democrazia liberale e marxismo soprattutto), sia religiosi (come il cristianesimo o l’islam), tende a vedere un “fine” per la storia, con una chiara impronta riconducibile alla funzione teleologica della storia, ovvero al fatto che per forza di cose, l’esistenza umana deve avere uno scopo, così come la vita sociale dell’individuo, e che questa visione (a prescidnere che si tratti di democrazia liberale, marxismo, cristianesimo o islam) tenda al trionfo definitivo su tutti gli avversari, implicitamente ritiene possibile altre varianti di democrazia, contraddicendosi.
Lo studioso nordamericano Francis Fukuyama, è sicuramente tra i principali esponenti del filone riconducibile al pensiero dell’universalismo democratico. Nel suo celebre saggio “La fine della storia e l’ultimo uomo”, pubblicato in Italia nei primi anni ’90, che a sua volta riprendeva un articolo apparso per la prima volta sulla famosa rivista “The National Interest”, Fukuyama esponeva in modo magistrale la teoria in base alla quale il mondo, dopo la sconfitta dei principali avversari ideologici della democrazia liberale, ovvero nazismo e comunismo (era da poco caduto il Muro di Berlino), sarebbe stato inondato di principi democratici, in stretta connessione con gli ideali dell’economia di mercato e del liberalismo, sia in chiave economica che politica. In pratica la “democrazia occidentale” sarebbe diventata il modello per tutti i popoli e tutte le razze. Per fare un esempio di come la democrazia si stesse diffondendo nel mondo, Fukuyama riporta una tabella dove indica i paesi democratici nel globo, verso la fine degli anni ’80. In questa lista ritroviamo indistintamente paesi europei, americani, asiatici e africani, tutti ritenuti da Fukuyama aderenti al modello della democrazia liberale. Infatti, come detto prima, Fukuyama, con un chiaro approccio universalista, ritiene che la “democrazia” possa essere concepita in modo completo solo se associata al “liberalismo” (democrazia liberale appunto), ma non esclude una possibile scissione tra i due principi. Egli scrive: “Per quanto strettamente collegati, liberalismo e democrazia sono due concetti distinti. Il liberalismo politico può essere definito semplicemente come il riconoscimento giuridico di certi diritti o libertà individuali. Dei diritti fondamentali si possono dare definizioni quanto mai varie, ma noi ci limiteremo a quella contenuta nella classica opera sulla democrazia di Lord Bryce, che li limita a tre: diritti civili, cioè l’esenzione del controllo del cittadino per quanto riguarda la sua persona e la sua proprietà, diritti religiosi, cioè l’esenzione del controllo per quanto riguarda l’espressione di opinioni religiose e la pratica del culto, e quelli che lui chiama diritti politici, cioè l’esenzione del controllo in materie che non riguardano il benessere dell’intera comunità in maniera talmente chiara da rendere necessario il controllo stesso, ivi compreso il diritto fondamentale della libertà di stampa.” (1) Quindi secondo Fukuyama nel momento in cui uno stato rispetta i suddetti parametri riguardanti i diritti fondamentali in ambito politico e religioso, insieme all’economia di mercato e alla possibilità dei cittadini di partecipare alla gestione della cosa pubblica, direttamente o più normalmente tramite dei rappresentanti (democrazia indiretta o rappresentativa, tipica delle società complesse), abbiamo a che fare con una democrazia liberale, modello buono per ogni popolo o nazione, a prescindere dalle differenze culturali, religiose o etniche. Fukuyama però ammette implicitamente, e qui lo studioso forse si contraddice, la possibilità che esistano modelli democratici “sui generis”, non omologabili nell’alveo della democrazia così come lui la intende. Egli infatti scrive: “Di solito liberalismo e democrazia procedono insieme, ma in teoria possono essere anche separati. E’ infatti possibile che un paese sia liberale, senza essere particolarmente democratico. Tale è stata nel secolo XVIII l’Inghilterra, dove una ristretta elite sociale godeva di una lunga lista di diritti, tra cui quello di voto, che venivano invece negati agli altri. E’ anche possibile che un paese sia democratico senza essere liberale, cioè senza difendere i diritti dei singoli e delle minoranze. E’ esattamente il caso della Repubblica islamica dell’Iran, dove si sono avute regolari elezioni, che sono state anche abbastanza corrette in base agli standard del Terzo Mondo, e che hanno reso il paese più democratico di quanto non lo sia stato al tempo dello scià.” (2) La teoria di Fukuyama quindi, pur essendo chiaramente universalista, e come tutti gli universalismi, sia laici (democrazia liberale e marxismo soprattutto), sia religiosi (come il cristianesimo o l’islam), tende a vedere un “fine” per la storia, con una chiara impronta riconducibile alla funzione teleologica della storia, ovvero al fatto che per forza di cose, l’esistenza umana deve avere uno scopo, così come la vita sociale dell’individuo, e che questa visione (a prescidnere che si tratti di democrazia liberale, marxismo, cristianesimo o islam) tenda al trionfo definitivo su tutti gli avversari, implicitamente ritiene possibile altre varianti di democrazia, contraddicendosi.
Ali Khamenei: la democrazia religiosa come una delle possibili forme di democrazia
A chi non è pratico di scuole politiche e giuridiche nell’alveo del mondo islamico, potrebbe fare una certa impressione il richiamo a un personaggio come l’Ayatollah Ali Khamenei, guida dello stato iraniano, come rappresentante di una visione relativista della democrazia, in quanto, con un approccio superficiale, si potrebbe pensare che il capo di stato di una nazione definita “islamica”, nel senso istituzionale del termine, sia in palese contraddizione con la democrazia, in quanto questo modello si legittima grazie alla volontà del popolo, mentre nell’islam, tutto l’esistente dipende da Dio. L’idea che il modello iraniano imperante, sia in palese contraddizione con la democrazia, a prescindere poi da quello che scrive Fukuyama sull’Iran, è in parte errata. Si, è vero, la costituzione iraniana prevede la legittimazione divina dell’ordine statuale, ma poi, quando si tratta di scnedere nel concreto, nella gestione della cosa pubblica, il modello iraniano è approssimabile alle democrazie, anche nel senso universalista presentato dallo studioso nordamericano. La costituzione iraniana, così come redatta dai padri costituenti e così come interpretata dalla stessa guida, Ali Khamenei, non prevede forse gli istituti “democratici” del parlamento o dell’esecutivo? L’idea di vedere in netta contrapposizione il modello iraniano, ovvero la “democrazia religiosa”, così come è stata definita dall’Ayatollah Khamenei (mardomsalari-e dini, in persiano), deriva da alcuni malintesi, ma anche dal fatto che questo modello è stato, soprattutto in Italia, preso in considerazione in modo positivo da certe aree culturali con una sensibilità anti-democratica, dai cattolici tradizionalisti a certe aree dell’estrema destra, che hanno visto, secondo chi scrive, in parte a torto, nell’Iran post-rivoluzionario una versione aggiornata al XX secolo dello stato papista o del fascismo. Sicuramente ci sono dei punti in comune tra la “democrazia religiosa” e certe idee della destra culturale italiana, ma similitudini si possono trovare in qualsiasi contesto politico. Le idee sulla gestione dello stato di Hitler o Stalin, erano per certi aspetti simili, ma ciò non vuol dire evidentemtne che il nazionalsocialsmo e lo stalinismo siano la stessa cosa. La democrazia d’altro canto, nel pensiero di Khamenei, può avere diverse varianti, non necessariamente si deve omologare al modello liberale o occidentale. Può quindi esserci una democrazia, ma alternativa, ad esempio basata su una visione religiosa della società e non laica. Come potrebbero esistere anche altre forme di democrazia, non riconducibili al modello liberale, e nemmeno a quello islamico-religioso. Secondo il pensiero dell’Ayatollah Khamenei infatti, la democrazia è quel modello che permette ai propri cittadini di partecipare a libere eleziono concorrenziali, ma a parte ciò, ogni popolo, ogni nazione, in base alla propia cultura o religione, può scegliersi il modello che più gli si addice, senza per forza dover cadere in un modello autoritario. Il vantaggio del modello relativista della democrazia rispetto a quello universalista, è quello di accettare modelli “diversi”, senza per forza dover imporre un sistema al di fuori dei propri confini. Idee come quelle di Fukuyama, sono infatti alla base delle teorie neoconservatrici, che hanno portato all’utopia dell’esportazione della democrazia e al conflitto iracheno del 2003, guerra questa mai conclusa relamente che porta ogni anno a sanguinosi scontri in Iraq, per non dire della catastrofica destabilizzazione e radicalizzazione di tutto il mondo islamico. Un approccio relativista alla democrazia è l’unica soluzione plausibile per un mondo di pace e pacata convivenza tra popoli con culture diverse, a prescindere dalla variante di democrazia che si vuole applicare.
A chi non è pratico di scuole politiche e giuridiche nell’alveo del mondo islamico, potrebbe fare una certa impressione il richiamo a un personaggio come l’Ayatollah Ali Khamenei, guida dello stato iraniano, come rappresentante di una visione relativista della democrazia, in quanto, con un approccio superficiale, si potrebbe pensare che il capo di stato di una nazione definita “islamica”, nel senso istituzionale del termine, sia in palese contraddizione con la democrazia, in quanto questo modello si legittima grazie alla volontà del popolo, mentre nell’islam, tutto l’esistente dipende da Dio. L’idea che il modello iraniano imperante, sia in palese contraddizione con la democrazia, a prescindere poi da quello che scrive Fukuyama sull’Iran, è in parte errata. Si, è vero, la costituzione iraniana prevede la legittimazione divina dell’ordine statuale, ma poi, quando si tratta di scnedere nel concreto, nella gestione della cosa pubblica, il modello iraniano è approssimabile alle democrazie, anche nel senso universalista presentato dallo studioso nordamericano. La costituzione iraniana, così come redatta dai padri costituenti e così come interpretata dalla stessa guida, Ali Khamenei, non prevede forse gli istituti “democratici” del parlamento o dell’esecutivo? L’idea di vedere in netta contrapposizione il modello iraniano, ovvero la “democrazia religiosa”, così come è stata definita dall’Ayatollah Khamenei (mardomsalari-e dini, in persiano), deriva da alcuni malintesi, ma anche dal fatto che questo modello è stato, soprattutto in Italia, preso in considerazione in modo positivo da certe aree culturali con una sensibilità anti-democratica, dai cattolici tradizionalisti a certe aree dell’estrema destra, che hanno visto, secondo chi scrive, in parte a torto, nell’Iran post-rivoluzionario una versione aggiornata al XX secolo dello stato papista o del fascismo. Sicuramente ci sono dei punti in comune tra la “democrazia religiosa” e certe idee della destra culturale italiana, ma similitudini si possono trovare in qualsiasi contesto politico. Le idee sulla gestione dello stato di Hitler o Stalin, erano per certi aspetti simili, ma ciò non vuol dire evidentemtne che il nazionalsocialsmo e lo stalinismo siano la stessa cosa. La democrazia d’altro canto, nel pensiero di Khamenei, può avere diverse varianti, non necessariamente si deve omologare al modello liberale o occidentale. Può quindi esserci una democrazia, ma alternativa, ad esempio basata su una visione religiosa della società e non laica. Come potrebbero esistere anche altre forme di democrazia, non riconducibili al modello liberale, e nemmeno a quello islamico-religioso. Secondo il pensiero dell’Ayatollah Khamenei infatti, la democrazia è quel modello che permette ai propri cittadini di partecipare a libere eleziono concorrenziali, ma a parte ciò, ogni popolo, ogni nazione, in base alla propia cultura o religione, può scegliersi il modello che più gli si addice, senza per forza dover cadere in un modello autoritario. Il vantaggio del modello relativista della democrazia rispetto a quello universalista, è quello di accettare modelli “diversi”, senza per forza dover imporre un sistema al di fuori dei propri confini. Idee come quelle di Fukuyama, sono infatti alla base delle teorie neoconservatrici, che hanno portato all’utopia dell’esportazione della democrazia e al conflitto iracheno del 2003, guerra questa mai conclusa relamente che porta ogni anno a sanguinosi scontri in Iraq, per non dire della catastrofica destabilizzazione e radicalizzazione di tutto il mondo islamico. Un approccio relativista alla democrazia è l’unica soluzione plausibile per un mondo di pace e pacata convivenza tra popoli con culture diverse, a prescindere dalla variante di democrazia che si vuole applicare.
1- F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Milano, Rizzoli, 1992, pp. 63-64. La citazione di James Bryce, deriva dal testo Modern Democracies, New York, MacMillan, 1931, pp. 53-54.
2- Ibidem
2- Ibidem
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