di Davood Abbasi
In questi tempi di crisi e difficoltà, in questo
Occidente che si dirige sempre più verso “sud”, molti avranno riflettuto per
dare una risposta a una domanda semplice e importante: “Che cosa servirebbe
all’Italia?”.
Che cosa le serve per cosa? Per diventare o tornare ad
essere ciò che era; per diventare un qualcosa di più di ciò che era; ancora oltre,
per tornare ad essere ciò che meriterebbe di essere e che nel periodo moderno
non e’ mai stata; e’ inutile che la nipotina dell’Impero romano, nasconda nel
cuore la voglia di essere grande. E un’ambizione lecita e sacrosanta per un
popolo che se lo meriterebbe.
Se lo meriterebbe a tal punto che la domanda di sopra
se la chiedono pure non italiani, non europei, non cristiani, insomma, solo
gente il cui battito cardiaco varia al suono del nome “Italia”. Gente per cui
questo nome e’ sinonimo di un qualcosa di dolce e di magico, irripetibile.
Chi ben comincia e’ alla metà dell’opera ed è proprio
dal battito cardiaco che inizia la chiave del problema. Forse all’Italia
servirebbe qualcuno il cui cuore battesse, solo ed unicamente, per il suo
paese.
Un leader, uno di quelli veri, un uomo ne d’Oriente ne
d’Occidente, un buon cristiano (non intendo che sia necessariamente di questa
specifica fede, ma che sia una brava persona), un uomo onesto. Non solo, un
trascinatore, uno che ci sa fare, uno che non ha paura, o che creda che l'importante è che la paura sia accompagnata dal coraggio.
Qualcuno che creda nella gente, nei grandi cambiamenti dal basso, nei miracoli,
in Dio.
Nella storia d’Oriente vi e’ qualcuno, vissuto non
tanto tempo fa, che si distinse per questo, per l’amore che aveva per il suo
popolo, per la sua cultura, per la sua nazione.
Certo sembrerà paradossale paragonare l’Italia di oggi
all’Iran del 1963; le differenze sono enormi e sarebbe inutile negarlo.
Ma le analogie non mancano. La nazione si trova in una
situazione di esaurimento; la cultura, l’economia, la politica, tutto sembre
coperto da una coltre di vecchio, da un mantello di rassegnazione. Prima di
poter esprimersi liberamente bisogna stare ben attenti; più che esprimersi,
prima di poter “agire” liberamente bisogna recitare le ultime preghiere.
Mattei, Aldo Moro, Falcone, Borsellino, sono tutti lì a guardarti nella
fotografia in bianco e nero, con lo sguardo rivolto verso lontano. Per ogni
azione politica ed economica, deve esserci il nulla osta dei poteri forti; le
banche, le entità trans-nazionali, i soliti alleati dall’altra parte
dell’Atlantico. Quelli che non si fanno mai vedere, ma all’improvviso possono
scatenare un polverone come Mani Pulite per ripulirti tutto un sistema e piazzare
una nuova classe politica. L’Italia e’ una colonia, e’ per di più in declino,
in balìa al morbo della rassegnazione.
L’Iran di non tanto tempo fa’
Così e’, certo con delle differenze, l’Iran del 1963. Agli
inizi degli anni ‘50 la gente ha favorito la salita al potere di Mosaddeq, un
premier che ha cercato di ottenere l’indipendenza, che ha nazionalizzato il
petrolio; lo Sha e’ fuggito ma nel 1953 sono intervenuti gli americani e con un
golpe svolto grazie ai criminali di Teheran, hanno riportano Pahlavi in Iran.
Da quell’anno, quindi, l’Iran e’ in pratica, anche se non ufficialmente, un
protettorato americano. Prima di loro e’ stato, nel 20esimo secolo, un
protettorato britannico, sempre non ufficialmente.
Gli inglesi non si immaginano nemmeno che mentre
conducono le loro scorrerie nell’Iran centrale, durante la prima guerra
mondiale, a scrutarli lì, nella campagna di Khomein, c’e’ lo sguardo innocente
di un bambino intelligente, con origini che riconducono al Kashmir, che e’
“Seyyed” o discendente del profeta dell’Islam secondo un preciso albero
genealogico.
Quando in Iran, nel 1953, avviene il cambio della
guardia e gli americani sostituiscono gli inglesi divenendo i nuovi
“alleati-padroni”, Khomeini e’ un uomo di 51 anni ed uno dei più prestigiosi
capi religiosi di confessione sciita.
Già da diversi anni lui, insieme ad altri capi
religiosi, scrive e contesta allo Sha politiche che sono contrarie all’Islam ma
soprattutto agli interessi della popolazione, in genere.
Dopo il 1953 però la questione peggiora. Se oggi la
diffusione della cultura a stelle e strisce avviene con “Grande Fratello” o
l’industria di “Hollywood”, anche al tempo cinema spazzatura e altri tipi di
“prodotti” vengono riversati in Iran; naturalmente non può mancare lo scarpone
dell’esercito, i militari, i consiglieri nei ministeri, le basi, i sistemi di
spionaggio (che gli iraniani scopriranno nell’ambasciata americana nel 1979), e
ciliegina sulla torta lo SAVAK, una delle agenzie d’intelligence più
terrificanti di tutti i tempi.
In questo clima di terrore e rassegnazione, con la
società dall’aspetto felice ma dallo spirito morto, qualcuno trova il coraggio
di parlare. Nel 1963, un certo Ruhollah Mousavì detto Khomeini, un uomo sui 60
anni, un buon capo religioso che vive a Qom, decide di dire la verità alla
gente. Al tempo lo SAVAK si e’ preso la cura di rapire tutti i capi religiosi e
dire loro minacciosamente delle cose. Khomeini decide solo di dirlo alla gente
[1]:
“Oggi mi hanno informato che alcuni oratori sono stati
portati all’organizzazione della sicurezza e lì e’ stato detto loro di non
parlare di tre argomenti. Uno lo Sha, poi Israele e poi non dire in
continuazione che la religione e’ in pericolo. Hanno detto lasciate stare
questi tre argomenti, per il resto potete dire ciò che volete”.
Dopo aver detto quelle verità il religioso va in
prigione, ma non si lascia intimidire.
L’anno dopo [2] quando il Parlamento iraniano approva
l’immunità giudiziaria degli americani, delle loro famiglie, dei loro contractors
ed insomma di tutti i loro associati in Iran, ecco che colui che difende gli
interessi del suo popolo, non rinuncia a farsi sentire:
“Hanno reso gli iraniani peggio dei cani americani.
(…) Se lo Sha dell’Iran investe con la macchina un cane americano, deve dare
spiegazioni ma se un cuoco americano, investe con la macchina lo Sha dell’Iran,
il massimo religioso dell’Iran, la più alta autorità dell’Iran, nessuno ha il diritto
di protestare. Perchè? Perchè hanno chiesto un prestito all’America. Gli
americani hanno posto questo come condizione. L’Iran si e’ venduto per i
dollari. (…) Se siamo occupati dagli americani ditelo! La nostra gente deve
essere calpestata dagli stivali degli americani perchè è debole? Perchè non ha
dollari?”.
Dopo, Khomeini, viene esiliato in Turchia e in Iraq,
ma da lì, l’anziano uomo, continua a parlare al cuore della gente.
Il pensiero di Khomeini
In quindici anni riesce a convincere la gente di una
nazione rassegnata, a credere in se stessa, invece di sperare nell’aiuto o
nell’elemosina di questa o quella potenza. E lo fa’ usando la cultura, i valori
e la tradizione di quella stessa nazione, senza chiedere in prestito nulla a
nessuno.
Da capo religioso risulta moderato nel vero senso
della parola, autorizza azioni ingiustamente ritenute vietate al tempo, da’
nuovo lustro, raffinatezza e forza alla fede sciita che deve funzionare come
motore del nuovo Stato iraniano.
Quando nel 1979 l’aeroporto Mehrabad di Teheran e’
pronto a riceverlo, la gente la sera prima lo ha addirittura visto nella luna e
l’indomani si e’ messa a scopare e lavare le strade e a riempirle di fiori per
dargli il benvenuto.
Forse i media occidentali avranno anche cercato di
offuscare la sua immagine; il perchè e’ semplice. “Un Khomeini” avrebbe potuto
e potrebbe ancora “fare la differenza” per molti Paesi e molte nazioni. Nazioni
che con un vero leader, come lui, potrebbero non starsene più buone buone a subire
la legge del più forte.
A distanza di 15 anni dalla sua morte (3 giugno 1989),
ecco quello che diceva quell’uomo [3]:
“Quando noi insistiamo sul fatto che l’Università deve
smarcarsi dalla dipendenza dell’Oriente e dell’Occidente, e sul fatto che deve
avere un’aspetto islamico, non intendiamo dire che non deve essere scientifica
ed industriale. (…) Nossignore! Noi non siamo contrari con la scienza. Noi
siamo contrari al servilismo nei confronti degli stranieri. Noi diciamo che una
specializzazione che ci renda dipendenti dell’America, dell’Inghiterra, dei
Sovietici, della Cina, e’ una specializzazione micidiale e non costruttiva”.
La sua rivoluzione era iniziata dal pensiero, dai
cuori, dalla cultura, dall’università, dalle scuole teologiche. Questa era la
forza del movimento da lui creato. Per capire perchè oggi in un paese tipo
l’Italia, i padroni d’oltreoceano, cercano di imporre prima di ogni altra cosa,
“la loro cultura”, basta leggere questo discorso di Khomeini [4].
“La cultura e’ la base di una nazione, il fulcro del
concetto di nazionalità, la pietra miliare dell’indipendenza di un Paese. I
colonialisti hanno cercato di impedire che nel nostro paese si educassero “veri
esseri umani”, loro hanno paura dei veri uomini…Hanno fatto di tutto per
svuotarci di ciò che eravamo, per lavare dalla nostra memoria ciò di cui
andavamo fieri, hanno ucciso al nostro interno la fiducia che avevamo in noi
stessi.”
Conclusione
Ci sarebbe tanto da raccontare su Khomeini, ma
vogliamo arrivare alla conclusione ed alla risposta da dare alla domanda
iniziale. In questo angolo di mondo si pensa che più di ogni altra cosa,
l’Italia abbia bisogno di essere se stessa, di essere indipendente, e di avere
dei leader che considerino solo gli interessi della propria gente. Una Italia
che non voglia nemici, ma che sia anche pronta a battersi per i suoi diritti,
che difenda la sua identità, che non si faccia “fagocitare” da un’altra
civiltà, da un’altra cultura, o da un qualsivoglia padrone.
Bibliografia
Commenti
Posta un commento