Donald Trump e l'Iran: il dilemma dell'Europa

da Corriere del Ticino, sabato 26 maggio 2018, p. 4

(un ringraziamento particolare a Osvaldo Migotto)

di Ali Reza Jalali 



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Le dichiarazioni di Trump sull’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano firmato a Vienna nel luglio 2015 hanno gettato nello scompiglio la diplomazia internazionale. E’ vero che una decisione del genere era nell’aria, ma un conto è prospettare un Accordo di Vienna senza Washington, un altro conto è dover verificare nei fatti tale situazione. A prescindere dalle conseguenze che tale fatto avrà per il mondo e per i diretti interessati, ovvero gli iraniani, i quali presumibilmente dovranno prepararsi a una nuova ondata di sanzioni economiche, preannunciate come “storiche” e “senza precedenti” dalla dirigenza nordamericana, il vero destinatario della netta presa di posizione di “The Donald” è l’Unione Europea. 

Bruxelles nelle prossime settimane e nei prossimi mesi ha davanti a sé un bivio, nel caso gli USA decidano veramente di implementare nuove rigide sanzioni contro la Repubblica Islamica: o seguire senza se e senza ma le direttive imposte da oltre oceano e mandare all’aria miliardi di euro di contratti commerciali con Teheran, oppure resistere alle pressioni statunitensi e continuare a lavorare con l’Iran.

Per entrambe le opzioni possiamo prevedere pro e contro: in caso di ritiro dal mercato iraniano delle aziende europee, gli europei potranno continuare a tenere buone relazioni politiche ed economiche con Washington, il che visto il massiccio interscambio tra le due sponde dell’Atlantico nel complesso potrà essere una buona notizia per Bruxelles. Insomma, da un lato gli europei potrebbero perdere alcuni miliardi di euro, o forse alcune decine di miliardi di euro per via dei mancati introiti iraniani, ma d’altro canto rimangono al sicuro più di cento miliardi di euro di lavoro con Washington. In poche parole con il ridimensionamento del business con Teheran, Bruxelles perderebbe poco rispetto a quanto potrebbe perdere nella venuta meno degli interscambi con Washington. Si potrebbe obiettare affermando che gli USA stanno bluffando, visto che nemmeno a loro converrebbe ridurre l’interscambio con l’Europa, e tali manovre sono solo mediatiche e diplomatiche per far pressione sugli europei. Certamente tale ipotesi non è da scartare, ma il punto è che a Washington non c’è il pragmatico e moderato Obama, bensì il radicale e controverso Trump, il quale dal suo insediamento ha fatto capire che non ha intenzione di fare concessioni a nessuno, nemmeno ai suoi uomini di governo, figurarsi a governi stranieri. 

Per gli europei potrebbe essere un rischio troppo grande quello di fidarsi degli iraniani, in quanto il peso delle relazioni economiche con gli USA è ben maggiore rispetto ai rapporti con Teheran, soprattutto se oltre oceano hai a che fare con un “pazzo” come Trump che non vuole fare sconti a nessuno. D’altro canto cosa avrebbe da guadagnare nel complesso l’Europa dal mantenimento di buone relazioni economiche con l’Iran? L’unica cosa che ci viene in mente, oltre il dato economico, che comuqnue in un ipotetico aut aut propende decisamente per i rapporti con Washington, è il prestigio che Bruxelles potrebbe ottenere dicendo per una buona volta “no” agli USA. Gli europei dimostrerebbero di essere diventati finalmente una potenza non solo unita, ma anche matura per poter controbilanciare lo strapotere nordamericano. Dicendo “no” all’aut aut imposto da Washington, l’Europa non solo salverebbe la propria economia, visto che in fondo altri paesi come la Cina dimostrano che è possibile allo stesso tempo fare del buon business sia con Washington che con Teheran, ma affermerebbe con forza e veemenza la propria indipendenza rispetto all’impero americano. 

Fino a oggi in questo senso le prese di posizione oscillano tra la volontà di almeno provare a resistere ai diktat di Trump da un lato e la genuflessione totale agli USA e ai loro irrazionali comportamenti dall’altro. La diplomazia europea si è messa al lavoro per studiare le eventuali misure da prendere in caso di aumento delle sanzioni americane all’Iran, e ciò dimostra la buona volontà europea nel tentare di salvare l’accordo sul nucleare. D’altro canto le allarmanti dichiarazioni di aziende come la francese Total, la quale ha detto apertamente che se non riceverà garanzie da Washington entro il prossimo autunno ritirirà i propri investimenti dall’Iran, mettono un luce un fatto: all’Europa interessa principalmente il lato economico della questione e il principio dell’indipendenza da Washington è un fattore del tutto secondario. 

Per quanto gli europei cercheranno di mantenere le relazioni commerciali con l’Iran, dinnanzi a un diktat americano è difficile pensare ad una resistenza filo-iraniana dell’UE. Sia Teheran che Bruxelles dovranno prepararsi a tempi duri, per ora l’asse Trump-Tel Aviv sembra, almeno a livello diplomatico, prevalere sull’asse Bruxelles–Rohani.  

Ali Reza Jalali è membro di facoltà e ricercatore universitario di diritto pubblico presso l’Università di Damghan in Iran

Commenti

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